di Catia Politzki

Trasferirsi negli USA a 50 anni è fattibile? Certo! Sono Catia e vi racconto la mia storia a stelle e strisce!

Quando ero piccola e dicevo a qualcuno che volevo viaggiare, vedere il mondo e vivere all’estero, tutti pensavano che fossi una bambina irrequieta. In effetti lo ero e lo sono stata per parecchio tempo. Forse lo sono ancora.

A quel tempo viaggiavo con i miei genitori. Appena raggiunta la maggiore età ho iniziato a muovermi da sola: non riuscivo a stare ferma, scalpitavo ogni volta che intravedevo la possibilità di andare da qualche parte.

A 22 anni ero già stata in Paesi che a quell’epoca (primi anni Novanta) erano ancora ritenuti lontani e un po’ pericolosi. Sono anche andata a vivere da sola molto presto e fin da subito ho trascorso periodi più o meno lunghi in vari paesi all’estero.

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A Natale del 2021 ero da poco rientrata in Italia dopo l’ultima trasferta in Germania durata 5 anni e stavo relativamente bene: avevo un lavoro indipendente piuttosto dignitoso che mi permetteva di continuare a viaggiare all’estero e di vivere discretamente e senza troppi pensieri, custodivo nel cassetto qualche altro progetto interessante per il futuro e vantavo una vita personale, sociale e culturale piuttosto soddisfacente.

Un anno prima di rientrare però, stuzzicata dall’idea di trasferirmi in un altro Paese straniero, avevo deciso di bussare alla porta di un continente che non è solito aprire le porte a tutti con grande facilità. Conoscevo qualcuno che era riuscito a stabilirvisi da studente in anni in cui era più semplice rimanere una volta terminati gli studi; altri provavano da anni e con scarso successo a trasformare un visto lavorativo in un permesso di residenza permanente; altri ancora, per un motivo o per l’altro, ci avevano rinunciato.

Così, dopo quel timido toc toc, senza nemmeno immaginare cosa sarebbe successo, ho vissuto qualche mese nutrendo una timida, quasi inespressa speranza, cercando di non pensarci troppo e sforzandomi di riorganizzare la mia vita come meglio potevo.

Ed ecco che, senza alcun preavviso, come un fulmine a ciel sereno, quella porta si è aperta, oserei dire spalancata, quasi come se non fosse mai stata chiusa per me.

E ho avuto paura.

Avevo osato presentarmi al portone di un palazzo enorme, e qualcuno da dentro ha urlato “Avanti, prego!”. Improvvisamente non sapevo più se, alla mia età e con il mio bagaglio di esperienze, ne sarei stata all’altezza. Per un po’ ho temporeggiato, riflettuto, scandagliato varie opzioni: “In Italia ora, tutto sommato, sto bene, perché dovrei riprendere in mano la mia vita e trasportarla di nuovo altrove, così lontano? Forse è tempo di fermarsi, piantare radici, mettere finalmente la testa a posto” (quante volte me lo sono sentito dire negli anni! Come se la scelta di rimanere nella propria città natale fosse l’unica cosa giusta da fare, e andare a vivere all’estero fosse invece una scelta irresponsabile). Insomma, vado o non vado? Questo era il dilemma.

“Perché questi dubbi, visto che te la sei cercata?” direte voi. Perché durante i mesi di attesa per un visto di immigrazione che richiede un po’ di documenti e due chiacchiere con il console del Paese in questione, il desiderio di ripartire si è affievolito un po’. “Sarà l’età?”, mi sono chiesta.

Pensavo di trovarmi in quel momento della vita in cui, mollare gli affetti e uscire da una comfort zone duramente conquistata nel bel mezzo di una pandemia mondiale, può non essere così facile e immediato, nemmeno per chi, come me, è abituato a farlo con frequenza. “Forse è colpa del Covid che, rendendo per molti mesi gli spostamenti complicati, a volte impossibili, mi ha tolto gli stimoli e la voglia di andare”.

A un certo punto, però, dovevo prendere una decisione: avevo una scadenza da rispettare, oltre la quale non avrei più potuto cambiare idea. “Prima di chiudere una porta che si apre in questo modo”, mi sono detta, “vale la pena varcare la soglia e sbirciare un po’”.

Per come sono fatta, ero certa che, se non fossi partita, una volta risvegliati gli stimoli giusti, me ne sarei pentita amaramente.

Così, a 50 anni suonati, in punta di piedi, senza farmi troppo notare, ho messo in stand by la mia vita in Europa, ho chiuso casa, ho salutato i miei affetti più importanti e, da sola, con le gambe tremanti e il cuore trepidante, ho fatto questo passo enorme, lungo almeno quanto l’oceano Atlantico e l’intero territorio degli Stati Uniti messi insieme: partendo con un volo che da Verona ha fatto tappa a Francoforte, a metà luglio 2022 sono atterrata sul territorio ardente e spumeggiante della California.

Non è l’America dei film (ma ci assomiglia molto).

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La prima cosa in cui inciampi quando arrivi in America è il sorriso della gente: le persone qui ti salutano e ti sorridono anche se non ti conoscono (accade anche in altri Paese ma qui, per qualche ragione, lo noti molto di più). La gente si lamenta poco, vive la vita con più leggerezza e pochissima negatività, trova il lato positivo in ogni cosa e nutre grandi speranze verso un Paese che, se vuoi, anche se non te la stai passando bene, prima o poi un’altra occasione per rialzarti e cavalcare di nuovo l’onda te la concede di sicuro.

Perché qui puoi reinventarti ogni giorno: le possibilità sono infinite, basta avere un po’ di coraggio, la giusta dose di iniziativa, e tanta, tanta buona volontà. In America è facile incontrare qualcuno che ha fatto nella vita almeno due o tre lavori differenti prima di quello attuale (che non è ancora detto sia l’ultimo) e non c’è nulla di strano in questo. Chi cambia professione lo fa per necessità, oppure per cambiare stile di vita o semplicemente perché si trasferisce in un altro Stato.

Sono gli stimoli di un Paese enorme e variegato a rendere più facile il cambio di carriera. Quando però sei costretto a farlo, se sei negli Stati Uniti e non sei capace di reinventarti, la vita potrebbe rivelarsi un po’ meno divertente.

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In America puoi andare a prendere il caffè in pigiama e ciabatte oppure in accappatoio e infradito e nessuno ti dice niente. La gente qui esce a portare a spasso il cane, a fare la spesa o a fare colazione vestita in modo che in altri posti del mondo sarebbe considerato almeno “buffo”. Nessuno si sente osservato o criticato. Se hai addosso qualcosa di particolare o nel vestire hai abbinato i colori in modo bizzarro, è più probabile che qualcuno ti faccia un complimento per lo stile, piuttosto che guardarti storto.

Se una cosa che hai comprato non ti piace la restituisci, anche il cibo. Puoi andare al supermercato, comprare un melone, tornare a casa, scoprire che non è buono e riportarlo indietro tagliato a metà e con la fetta mancante. Al negozio ti chiederanno scusa per averti venduto un melone scadente, potrai scegliere di prenderne un altro o di farti rimborsare l’importo in contanti o sulla carta di credito, e tornerai a casa soddisfatto e rimborsato. L’azienda che coltiva e vende meloni non fallirà, i dipendenti del supermercato non saranno licenziati e tu non sarai stato insultato per aver fatto valere un tuo diritto di consumatore. Tornerai volentieri a comprare in quel negozio e il personale continuerà a servirti con la stessa cortesia di sempre.

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Non so se questo sia uno dei segreti di un’economia che, quando funziona, funziona piuttosto bene, ma in America il cliente è rispettato e tutelato un po’ ovunque. Succede anche al ristorante (dove, se il cibo che hai ordinato non è cotto bene, spesso non lo paghi nemmeno se ti ripreparano lo stesso piatto), oppure quando acquisti la TV (e scopri di averla presa troppo piccola o troppo grande), il materasso (sul quale dopo un anno ancora non dormi bene) o un vestito costoso (che hai preso per un’occasione speciale e vuoi restituirlo perché pensi di non metterlo più).

La merce resa non viene buttata via come si può pensare, ma viene rimessa in vendita. In alcuni casi ci sono dei limiti da rispettare e a volte la merce in “supersaldo” non è rendibile, ma in generale è una pratica che negli Stati Uniti risulta essere molto più semplice e veloce rispetto ad altre parti del mondo. Per alcune tipologie di merce, sembra quasi aiuti a bilanciare gli sprechi dettati da un consumismo che qui continua ad essere piuttosto sfrenato.

Capire dove e come trovare lavoro all’estero

In California non sai mai chi puoi incontrare: può capitarti di cenare in un ristorante in un tavolo accanto a quello dove è seduta un’attrice famosa. Oppure vai dal meccanico a cambiare olio e filtri alla macchina e nella sala d’attesa dell’officina incontri (in ordine di apparizione) un produttore di serie TV, uno scienziato appena rientrato dalla luna di miele con il marito stilista che disegna per la Levi’s, e un gruppo di giovani musicisti emergenti che, per promuovere il nuovo singolo, vuole girare un video con la tua (perché no?) 1969 Porche 912 parcheggiata fuori.

Sei ufficialmente in America, ma in pochi minuti puoi fare un salto in Corea, in Medio Oriente, in Messico, in Cina, in Giappone, e, in una certa misura, anche in Italia. La California, per motivi storici e geografici, è uno dei Paesi degli Stati Uniti più variegato in termini di razze e di culture. Interi quartieri costruiti a immagine e somiglianza di Paesi lontani, permettono a chiunque di trovare un posto dove può sentirsi a casa anche quando la propria città d’origine si trova dall’altra parte del pianeta.

L’America non è però sempre e solo “rose e fiori”: l’ambiente lavorativo spesso è competitivo e spietato, condividere i valori della famiglia con gli statunitensi non è sempre immediato, in alcune zone interne al Paese essere straniero non facilita le cose, e ci sono città intere che ancora oggi devono fare i conti con il disagio e la paura di quella parte della popolazione che, nonostante gli sforzi e le opportunità, non ce l’ha fatta.

Andare o rimanere?

In questo periodo storico post pandemia, in cui un po’ in tutto il mondo si respirano venti di guerra, instabilità politica, recessione economica e persino una variabilità climatica senza precedenti, un trasferimento all’estero può rappresentare una sfida non facile da gestire. Ciò nonostante, credo che valga sempre la pena di partire per un po’, cambiare città, Stato o continente.

La distanza che vogliamo mettere tra il Paese di origine e il nostro futuro dipende da quanto vogliamo metterci in gioco e dal sentimento di sicurezza e fiducia che riusciamo a provare verso noi stessi; dipende dalla voglia che abbiamo di affrontare una nuova sfida da soli e dal livello di coraggio e resilienza che riusciamo a dimostrare quando le cose si complicano e non abbiamo accanto amici o familiari sui quali poter contare; dipende ovviamente anche dalle opportunità che ci si presentano e da quanto abbiamo seminato negli anni affinché arrivi tutto ciò che abbiamo sempre ritenuto di meritare.

Per andare lontani dalla propria casa, dai propri affetti e dalle proprie abitudini con serenità ci vogliono sempre e comunque un forte spirito d’avventura e una grande capacità di adattamento.

È una scelta che apre la mente e gli orizzonti e permette di tagliare il cordone ombelicale con la famiglia in maniera lucida e consapevole. Chi parte e vive l’esperienza all’estero in maniera positiva e costruttiva, di solito poi torna a casa con una serenità e un livello di maturità differenti da quelli che avrebbe potuto raggiungere rimanendo a casa.

La trasferta può durare pochi mesi, qualche anno o non finire mai. Non c’è un limite da rispettare. I limiti sono solo quelli che ognuno pone alla propria mente e provare a superarli è l’unico modo per non diventarne schiavi.