Se foste degli imprenditori, portereste la vostra azienda all’estero? E’ questa la domanda che ci è venuta in mente leggendo il rapporto rilasciato dalla Banca Mondiale sul carico fiscale delle imprese. Gestendo uno dei gruppi Facebook più importanti sul tema Lavoro all’estero (clicca qui per iscriverti) mi capita di condividere articoli dove si parla dell’emigrazione di aziende italiane all’estero con conseguente lista di lamentele, insulti ed offese da parte di chi commenta. Da qui nasce la mia considerazione sul quanto sia giusto lasciare la libertà alle aziende di trasferirsi (legalmente) all’estero e su quanto sia giusto rimanere nella propria nazione per offrire lavoro ai connazionali. Voi al posto loro cosa fareste?

 

Se foste degli imprenditori, portereste la vostra azienda all’estero?

 

Qualche giorno fa sui più importanti quotidiani escono dei titoli tipo:

“Fisco, in tasse il 59% dei profitti delle imprese” de Il sole 24 Ore

“Rapporto Banca Mondiale: imprese italiane le più tassate al mondo” da Tgcom24

“Fisco, il rapporto: Tra tasse e contributi le imprese italiane versano il 59% dei ricavi allo Stato. Contro una media Ue del 38,9%” de Il fatto quotidiano

“Banca Mondiale: in tasse 59% degli utili delle imprese italiane, ma pesa stop contributi” de Il Messaggero

“Fisco: aumenta il carico fiscale, imprese italiane le più tartassate al mondo” da Quifinanza.it

e potremmo continuare con tante altre testate.

 

Tutte fanno riferimento al rapporto Paying Taxes 2020 PWC dove si mostrano dei dati riferiti al rapporto tra società e stato in termini di tasse, percentuali e tempistiche. L’Italia ne esce con le ossa rotte da questo rapporto, andiamo ad analizzare qualche dato.

Le tasse aziendali in Italia rappresentano il 59,1% dei profitti. Su ogni 10 euro guadagnati, quasi 6 vanno in tasse. A livello mondiale soltanto la Francia, la Cina e paesi con gravi problemi economici hanno una percentuale più elevata. La media mondiale si attesta al 40,5% e quella europea al 38,9% (ben 20,2% in meno).

 
Le ore che le aziende italiane impiegano ogni anno per portare a termine gli adempimenti fiscali sono 238, che divise per le 8 ore lavorative, sono pari a 6 settimane di lavoro. Soltanto il Portogallo ha un risultato peggiore in Europa, mentre a livello mondiale un risultato peggiore del nostro lo troviamo in Messico, in Sud America, in Africa e nel Sud Est asiatico. La media mondiale è di 234 ore, mentre quella europea è di 161 ore (ben 77 ore in meno rispetto al dato italiano).

 

Un altro tasto dolente per le aziende italiane è il tempo di attesa per i rimborsi dell’IVA che si attesta a più di 62 settimane (quindi più di un anno e 2 mesi). La tempistica italiana è addirittura superiore al tempo di attesa in paesi come Etiopia (48,7), Zimbabwe (48,2) e Malawi (44,3). La media mondiale è di 27,3 settimane, mentre quella europea è di 16,4. Ps: in Estonia si impiegano sono 2,3 ore.

 

Nella classifica totale, tenendo in conto gli aspetti che ho menzionato sopra ed altri relativi all’aspetto fiscale, l’Italia si piazza in ultima posizione in tutta Europa. Nelle posizioni migliori alla nostra troviamo addirittura nazioni come Mozambico, Costa d’Avorio, Vietnam, Suriname e le Isole Fiji.

 

Quindi torniamo alla domanda iniziale: se foste degli imprenditori, portereste la vostra azienda all’estero per ottenere dei migliori risultati o comunque fareste prevalere l’amore per la patria e rimarreste in Italia? Rispondete sul nostro post pubblicato su Facebook, cliccando qui sotto su “commenta”:

 

Stefano Piergiovanni

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